Perché scrivere per i bambini

Ci sono cinquecento ragioni per le quali ho cominciato a scrivere per i bambini, ma risparmierò tempo menzionandone soltanto dieci.

1.    I bambini leggono i libri, non le recensioni. Non gliene importa un fico secco dei critici.
2.    I bambini non leggono per trovare se stessi.
3.    Non leggono per liberarsi della colpa, per soddisfare la sete di ribellione, o sottrarsi all’alienazione.

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Responsabilità

È una parola che mi piace molto quando si parla di scrittura:

Credo che alla fine sia utile ridimensionare eventuali tentazioni passatiste, l’impulso a immaginare un’età dell’oro della parola durante la quale il linguaggio era una cosa seria mentre adesso c’è solo svilimento e truffa. Per chi oggi usa le parole dovrebbe essere prioritario – ed è questo che poi determina come conseguenza che le parole siano serie o svilite – sentire il linguaggio come una responsabilità. Sia il lessico che la sintassi: un luogo di responsabilità.

Giorgio Vasta

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Venice is not sinking

venezia

Il nuovo magazine di resistenza cittadina fondato da Giorgio Camuffo.

Che cos’è

una scritta sul muro, di un grafico americano ospite a Venezia;
una convinzione, che Venezia esiste solo grazie ai veneziani e se a loro è concesso di viverla;
una fotografia, di tutto quello che resiste in città;
una rivista, scritta e disegnata, in bianco e nero;
un’antologia di volti: jazzisti, poeti, osti, sacerdoti, contesse, giovani, muratori, architetti, cassiere, gondolieri, ottici, grafici, scrittori, vagabondi…
un ponte, verso Mestre, le differenze e le culture della terraferma;
una denuncia, per non cedere al necrologio della città;
un tentativo, di migliorare le connessioni tra chi opera nel territorio;
un atto d’amore, estraneo a logiche economiche;
una parola, che vuole innescare un dialogo

Social Media Editor

Per chi ancora crede che Facebook sia un passatempo da narcisi annoiati, il NYT ha appena istituito un social media editor: Jennifer Preston.

Ecco la nota di servizio interna (via Nieman Lab) che informa i colleghi della sua nomina. Vi si legge tra l’altro:

“Think of Twitter. Did you know that The New York Times is No. 2 on the Twitterholic.com Top 100 Twitterholics based on Followers? (Behind Ashton Kutcher but ahead of Ellen DeGeneres.) Don’t care? OK, but the point is that an awful lot of people are finding our work not by coming to our homepage or looking at our newspaper but through alerts and recommendations from their friends and colleagues. So we ought to learn how to reach those people effectively and serve them well. At the same time, more of us are using social networks to find sources, contacts and information”.

Capito? Nessuno va più a leggere la tua home page. La gente sta nei social network. Lì vanno intercettati. Lì vanno distribuiti i contenuti.