Le parole del razzismo

Ieri sera a Che tempo che fa il Ministro degli Interni Roberto Maroni ha detto che “a Rosarno c’è stata troppa tolleranza rispetto a una situazione di degrado che ha determinato un rischio di esplosione che poi è avvenuto e che è presente anche altrove”. Allora mi sono ricordata di un libro bellissimo di Giuseppe Faso, Lessico del razzismo democratico – Le parole che escludono (DeriveApprodi, 2008), che passa in rassegna tutte quelle parole che ormai sono entrate a far parte del nostro linguaggio quotidiano e che di fatto hanno reso più democratiche e accettabili anche le peggiori idiozie dell’ideologia razzista. La voce “civiltà”, per esempio, dice:

“Sembra sempre più frequente – secondo una tipologia delle narrazioni predilette dai media e delle retoriche dei rappresentanti istituzionali – una notizia che qui riassumo.

I carabinieri attuano uno dei loro interventi – ormai regolarmente definiti blitz. La scelta è tra l’insediamento nomade, la ditta cinese che utilizza forza lavoro al nero, l’appartamento di ambulanti che vendono accendini. Segue descrizione stereotipa delle condizioni di vita di chi ha subito il blitz – le baracche umide e puzzolenti, i capannoni senza finestre dove si lavora a ritmo continuo, il garage in cui si vive in tanti. Conclude il tutto un’intervista al sindaco che ringrazia le forze dell’ordine per la brillante operazione e si auspica che se ne facciano altre, per la difesa della nostra civiltà.

Si accredita così presso il senso comune l’opinione di una inassimilabilità dei nuovi arrivati che lavorano nel territorio, rispetto a una civiltà propria del noi cui si chiede di aderire – e la cui difesa i politici di professione delegano alle forze dell’ordine. Quel che viene nascosto ai lettori è che proprio la nostra civiltà sta costruendo condizioni di lavoro e di vita intollerabili. I cittadini di origine straniera che senza documenti (non per scelta, ma per politiche miopi e discriminatorie) lavorano in condizioni a volte inumane lo fanno per i nostri profitti e i nostri consumi, e lo fanno da noi come nel loro paese per imprenditori che spesso siamo di nuovo noi (si pensi all’invasione della Romania da parte di imprenditori veneti e toscani). Con tipico processo razzista, si stigmatizzano condizioni di vita che non sono state scelte, ma imposte dalla società in cui noi occupiamo i gradini più comodi […].”

Provate a vedere cosa scrive alle voci “degrado” e “tolleranza” invocate dal ministro Maroni. E se pensate di non aver capito bene, guardatevi qualche altro suo intervento.

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One thought on “Le parole del razzismo

  1. Per non parlare dei servizi nei telegiornali che sottolineavano ogni volta che più della metà erano “clandestini”! Qual è il significato che ha assunto oggi questa parola nel nostro paese?
    Che cosa producono le parole quando si mettono davanti alle cose, alle persone, e, invece di aiutarti a capirle, le allontanano, le inscatolano, le etichettano frettolosamente?
    Secondo me, queste parole ci separano dalla realtà dei fatti, ci isolano, invece che metterci in contatto. Ma, anche se noi ci ostiniamo a non vederla o a mascherarla, la realtà non cessa di esistere.
    La rivolta di Rosarno è la realtà che cerca di ridiventare protagonista.

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