«Dio benedica l’Italia»

Ieri sera sono stata a un incontro organizzato dal mio comune – Loro Ciuffenna, provincia di Arezzo – con quattordici ragazzi arrivati due mesi fa dalla Libia. Hanno tra i 18 e i 30 anni e vengono tutti dall’Africa subshariana (Burkina Faso, Mali, Guinea, Guinea Bissau, Chad). In Libia ci stavano come parte di quella foltissima manodopera schiavizzata dal regime di Gheddafi: carpentieri, muratori, elettricisti, manovali. Quando è iniziata la guerra li hanno portati a Tripoli, caricati su un barcone e spediti in mare senza neanche dirgli dove sarebbero andati. Sono arrivati a Lampedusa il 12 maggio dopo una traversata di alcuni giorni e da lì portati con una nave della marina militare italiana a Genova. Poi con un pullman sono arrivati in Toscana, a San Giustino Valdarno, frazione di Loro Ciuffenna.

Da due mesi sono ospiti di una struttura comunale di accoglienza, una casa. Nessuna recinzione, nessuna tendopoli. Una normalissima casa su tre piani, indistinguibile dalle altre del paese. Stanno seguendo un corso di italiano – parlano francese e arabo – e hanno iniziato a lavorare nei vari comuni della zona all’interno di un percorso di formazione che li accompagnerà fino al momento in cui potranno presentare la richiesta di asilo politico, tra quattro mesi. Li ascoltavo parlare mentre dicevano che in questi due mesi hanno scoperto per la prima volta che cosa vuol dire il rispetto della dignità umana e mi meravigliavo di come non avessi mai pensato prima che la gestione di una cosa tanto difficile come quella di un flusso di immigrazione improvviso causato da una guerra potesse essere così semplice, a volerla fare. Una casa, un corso d’italiano, il coordinamento di tutte le istituzioni locali. E i gruppi piccoli, disseminati qua e là nei paesi più pronti ad accoglierli. Che a fare delle prigioni a cielo aperto non ci vuole niente. «Dio benedica l’Italia», ha detto uno di loro alla fine.

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3 thoughts on “«Dio benedica l’Italia»

  1. Il pezzo è ottimo e – nella sostanza – conforme al vero. Vale però,per il rilievo che ha la cosa, annotare qualche dettaglio in più : 1.l’accoglienza è stata organizzata in due giorni scarsi perchè si sono attivati una coop sociale e la rete del volontariato locale ;2.si è riusciti,e bene, a dare risposte di valore sull’emergenza e sulla prospettiva perchè, attorno agli enti locali, esiste un reticolo fitto di società civile organizzata che è in grado di esprimere una propria visione delle cose ed un’altrettanto propria capacità organizzativa ; 3.c’è, nel territorio, una profonda cultura civile e solidale che, concretamente,pone le amministrazioni locali e tutti i soggetti nella condizione di affrontare i problemi meglio : l’altra sera, l’assemblea, è stata fatta nella sede di una società di mutuo soccorso che,a occhio, ha più di 100 anni.Alla riunione c’erano tantissime persone “normali” ad occhio scevre dai grandi discorsi ma che, a istinto, sanno fare cose giuste perchè hanno valori antichi; 4.tutto questo, anche se non può prescindere dalla dimensione economica ( perchè le risorse servono per fare le cose ) non si definisce in questa, cioè a dire : attenzione a pregare il dio-mercato e la santa concorrenza perchè se tutto si riduce a questo la civicità verrà meno e l’economia sociale sarà spazzata via o indotta a mutare geneticamente.

  2. Realismo. Tutto molto bello, ma sono 14. Come si può pensare di scalare una cosa del genere di un fattore 1000? E anche fosse possibile, quanti problemi collaterali possono sorgere? Non si può vivere di belle vetrine concettuali. Questo non vuol dire che non si debba sforzarsi di trovare soluzioni che creino concordia. Ma molte situazioni non hanno alcuna vera soluzione.

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