I hate open space!

Ieri sera sono stata a una festa sulle colline di Oakland a casa di Michael “Wave” Johnson, direttore del Moving Pictures Group della Pixar. Potrei parlarvi per ore solo della casa, che è uno degli esempi di architettura modernista più belli che mi sia capitato di vedere. Ma vi devo parlare di un’altra cosa ancora più sbalorditiva. Alla festa c’era Ronnie Del Carmen, uno dei grandissimi della Pixar, e uno dei miei miti assoluti in quanto Head of Stories di Up. Ronnie ha lavorato su tutti gli ultimi film della Pixar come Story Supervisor (Up, Alla ricerca di Nemo, Ratatouille, Wall-e) e al momento è il Co-director del nuovo lungometraggio Pixar in uscita nel 2015.




A un certo punto mi raccontava dell’organizzazione degli spazi alla Pixar e di come per andare in bagno tutti si spostino usando i monopattini. La storia probabilmente la sapete già: Steve Jobs voleva che i bagni fossero costruiti lontano dagli uffici, in modo che tutti dovessero mettere il naso fuori dalle loro stanze e scambiare quattro chiacchiere anche con quei colleghi con cui altrimenti avrebbero parlato molto più raramente. Un modo per favorire la comunicazione in modo naturale tra persone che lavorano in dipartimenti diversi, e su progetti diversi. “That is so cool”, gli ho detto io, “I hate open spaces!”.


Conoscevo la storia dei bagni della Pixar e dei suoi monopattini, ma non l’avevo mai messa in relazione alla lotta contro gli open space. Che è una delle mie battaglie personali.


Da una decina d’anni a questa parte non esiste più un ufficio che non sia organizzato con la struttura open space. L’open space favorisce il contatto e gli scambi tra i dipendenti, annulla le gerarchie, aiuta il brainstorming, la collaborazione. E poi  la luce! Vuoi mettere la luce! Scommetto che avrete sentito decine e decine di volte commenti del genere. E scommetto che, se avete meno di trent’anni come me, nella maggior parte dei casi avete sempre lavorato in uffici open space. Ecco, scrivo questo post per voi. Per dirvi che non siete soli, e per dirvi che c’è speranza. Ci sono posti come la Pixar in cui l’open space non esiste. O meglio, esiste solo quando vi scappa la pipì. E ora vi spiego perché.


Le persone più clamorosamente creative molto spesso sono introverse e poco propense agli scambi sociali. Sono abbastanza estroverse da scambiare proposte e idee, ma danno il meglio quando lavorano da sole. Lo spiega alla perfezione Susan Cain nel suo ultimo libro “Quiet”:

“Come ha osservato l’autorevole psicologo Hans Eysenck, l’introversione stimola la creatività perché la mente si concentra sui compiti, evitando la dissipazione di energie provocata da questioni sessuali e sociali non legate al compito stesso. In altre parole, una persona seduta in santa pace in giardino, sotto un albero, mentre tutti gli altri stanno brindando in veranda, ha più probabilità di vedersi arrivare in testa una mela (Newton era un grande introverso)”.



Il fallimento del brainstorming lo dimostra. Nonostante molti luoghi di lavoro continuino ancora a osannarlo, il brainstorming – che, è bene ricordarlo, divenne di moda nelle agenzie di pubblicità negli anni Cinquanta – è uno degli strumenti peggiori per stimolare la creatività. Le ricerche più recenti dimostrano che molte persone quando sono in gruppo si tirano indietro e lasciano fare il lavoro agli altri, fanno istintivamente proprie le opinioni altrui e perdono di vista le loro, e spesso soccombono alla pressione dei colleghi. Gregory Berns, neuroscienziato della Emory University, ha scoperto che quando prendiamo una posizione diversa da quella del gruppo attiviamo l’amigdala, la parte del cervello che gestisce la paura, in questo caso la paura di essere respinti. Berns lo definisce «il dolore dell’indipendenza».


Eppure Il Nuovo Pensiero di Gruppo ha ormai travolto i nostri luoghi di lavoro. Si lavora in gruppo, in spazi privi di pareti divisorie e alle dipendenze di capi che apprezzano soprattutto le capacità di relazione e di dedizione alla squadra. I geni solitari sono out. I frat boys sono in.


Ma c’è speranza, dicevo. Andare verso soluzioni più ibride è possibile anche se non si lavora alla Pixar. Basterebbe avere uffici che incoraggiano le interazioni casuali, consentendo però alle persone di scomparire in spazi personalizzati e privati quando hanno bisogno di stare da sole. Ronnie Del Carmen passa la maggior parte del suo tempo chiuso nel suo ufficio a disegnare storyboard. Collaborazione per lui significa salire su un monopattino e scambiare quattro chiacchiere con i colleghi sulla strada verso il bagno.

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32 thoughts on “I hate open space!

  1. A parte gli scherzi, la mia esperienza lavorativa conferma in pieno le tue parole. Ho visto persone dotatissime, soprattutto ragazze a dire il vero, inserite in contesti dove non riuscivano ad emergere, soffocate dall’esuberanza dei colleghi, che però quando hanno potuto lavorare da sole e in silenzio, hanno tirato fuori lavori veramente stupefacenti. Per contesti, intendo open space da 60-70 lavoratori.

  2. Figo! A me vengono un sacco di buone idee quando guido (ed odio guidare)..

    Cmq non so se il discorso si applica anche a tutte le tipologie di creatività.

    L’isolamento per quanto mi riguarda non ha funzionato sempre poco per quanto riguarda robe scientifiche. Nella mia eclatante (tipo fiammifero) carriera alla facoltà di Matematica i problemi più ostici si risolvevano meglio e più velocemente quando si era in tanti a interagirci sopra discutendone alla stessa scrivania (proprio quella accanto ai bagni 😉 )

  3. Dunque non sono il solo ad odiare gli open space. Finora non mi ero mai messo a pensare perché mi facessero così incazzare. Il tuo post è illuminante. Io sono il tipo che mentre lavoro mi metto a parlare da solo e in generale faccio cose strane che quando ci sono altri non posso fare. Come risultato, se sto da solo, produco molto ma molto di più. Negli open space, oltre a dover stare con due piedi in una scarpa per non essere preso per un esaurito, mi distraggo continuamente e la produttività va a picco. Sarebbe ora che se ne rendessero conto anche quelli che gli spazi li organizzano.

  4. @Francesco Sullo Siamo in ottima compagnia a quanto pare! Io ho avuto un sacco di problemi nei miei precedenti lavori proprio per questo motivo. Finiva sempre che passavo per essere quella che non gliene fregava niente della squadra e del progetto, quando invece me ne fregava eccome! Solo che avevo bisogno di un modo diverso di lavorare!

  5. Quello che mi sfugge è l’assolutizzazione: anche io ho bisogno dei miei momenti di “isolamento” in cui magari ho l’idea geniale (magari, appunto :-)). Ma spesso nel mio campo (software developer) bisogna necessariamente stare in gruppo… mah…

  6. Ecco, ti ringrazio immensamente per essere riuscita a mettere nero su bianco un problema che mi attanaglia da sempre, fin dall’inizio della mia vita lavorativa (son sulla trentina 🙂 )! Infatti mi scambiano spesso per l’asociale/polemico nel lavoro visto il mio scarso interesse per riunioni e brainstorming (mi annoiano terribilmente, tutti si parlano addosso e tirano su friggitorie di aria, preferisco passare quel tempo lì concentradomi e riflettendo su un nuovo progetto), cosa che in realtà nella vita di tutti i giorni non sono affatto, anzi.
    Ti dirò di più: ho un impianto cocleare – sì, sono sordo – e ho quindi anche il problema del riuscire a discernere nel rumore di fondo i suoni meritevoli di attenzione e quelli no. Quindi c’è SEMPRE qualcosa che mi distrae :-/ A riprova di questo, spesso lavoro moooolto meglio dalle 17 in poi quando gran parte dei colleghi nell’open space se ne vanno via verso casa, meno gente significa meno distrazioni sia visive che uditive e la mia mente finalmente produce.

    PS: stracomplimentoni pe’ i’ progetto Timbuktu! 😀

  7. io ti odio, non ne posso più. ti cancello dappertutto, cerca di capire: devo sopravvivere.

  8. Non trascurerei una delle principali motivazioni che hanno causato la diffusione degli open space: che è a riduzione dei costi.
    In ogni caso sottoscrivo in pieno, non a caso le migliori idee e soluzioni mi vengono quando sono in bagno!

  9. La mia esperienza di tredici anni in open space dice che il capace e l’inetto si equalizzano. Verso il basso. L’annullamento delle gerarchie porta alla deresponsabilizzazione di quanti hanno (o sarebbe meglio dire dovrebbero avere) ruoli di responsabilità e coordinamento, senza però annullare le differenze delle restibuzioni e dei benefit, ostentati ad ogni occasione possibile. Le decisioni (solo quelle dozzinali) sono prese quasi a votazione e se qualcuno rifiuta il meccanismo passa immediatamente per asociale. Nel frattempo il boss, nel suo acquario, se la ride.

  10. Interessantissimo questo post, concordo pienamente con te..e spero che il mio essere un po’ ‘orsa’ venga compensato dalla creativita’ 🙂

  11. E’ la prima volta che ti leggo, brava!
    Ora però voglio un post “anti assolutizzazione” 😉

  12. E’ bello sapere che ci sono persone come me, che detestano lavorare in open space! (e sì, ho poco più di trent’anni e ho sempre lavorato in open space).
    Oltrettutto, mentre alla Pixar fanno in modo che le persone possano interagire tra di loro negli spazi comuni, ma non necessariamente in ufficio, dove lavoro io (lavoro in una grande azienda), ci siamo da poco trasferiti in un palazzo di recente costruzione, dove non solo si lavora in open space (fatta eccezione per i dirigenti), non solo non si favoriscono le interazioni “casuali” tra colleghi, ma addirittura sono sfavorite!!! Tanto per dire: con persone che lavorano sul mio stesso piano alle volte passano giorni e giorni prima che ci si riesca a vedere! E’ un esempio, secondo me, della mentalità vecchia e paludata che purtroppo caratterizza tante aziende italiane (non tutte, per fortuna, ma ci sarebbe molto lavoro da fare).

  13. Sono d’accordissimo su tutto, ma vorrei mettere in guardia sulla cosa opposta. Parlo degli ambienti lavorativi in cui con la scusa del bisogno di solitudine ognuno fa quel che vuole.
    Intendiamoci, secondo me le riunioni che durano ore e ore sono sempre dannose, una perdita di tempo e un’aggressione per le persone meno entranti. Credo però che “ogni tanto” bisogni vedersi, se non altro per parlare delle cose noiose, della roba che nessuno vuole fare ma che va fatta, ecc.
    Credo anche che gli incontri più stimolanti siano con un panino in mano, seduti su una scalinata a prendere il sole. Vengono fuori tante di quelle idee innovative… che però dopo nessuno raccoglie sul serio.
    Odio le riunioni creative di gruppo, mi sembra di essere come quelle coppie in cui la moglie chiama il marito per procreare, creando impotenza nel compagno.
    Quello che vorrei vedere più spesso è gente disposta a “perdere” una mezz’oretta ogni tanto per coordinarsi con i colleghi, senza bisogno del capo che organizzi una riunione che non serve a nulla.
    Insomma tutto questo per dire che la famosa via di mezzo è tanto difficile da trovare.
    Ciao

  14. Santa ragione, gli open space sono solo per abbattere i costi, e per loro natura dispersivi, come i braistorming. Le riunioni vanno bene per confrontarsi su ciò che si ha prodotto, oppure fare dei brief.
    Grazie Elena, mi sento un po meglio, anzi, migliore.

  15. Coinfermo la giustezza del tuo post. Io sono SOPRA I 40 e finalmente dopo anni di open space sono tornata in un piccolo, bello, lindo e silenzioso ufficio singolo… una goduria….

  16. i miei capi sono nel pieno dell’ideologia open space e brainstorming. abbiamo pure una stanza apposta per il brainstorming. carina eh, con i cubi imbottiti per sedersi, la moquette e le pareti a lavagna. però ogni volta che sono lì e mi si chiede di esprimere le mie idee mi sento un’ansia atroce assalirmi (anche perché generalmente non preavvisano e chiedono di farci venire idee in 5 minuti netti). quella stanza funziona bene solo quando siamo in 3 massimo 4 e discutiamo su idee che abbiamo già avuto (ma senza i capi).
    tra l’altro una delle cose che non si dice mai dell’open space è che se sono spazi ristretti capita che i creativi stiano gomito a gomito con gli account o che i pm vadano a parlare con le persone di fianco a te improvvisando riunioni, mentre tu sei concentrato a fare qualcosa.
    odio allo stato pure per gli open space. quando moriranno sarò contenta.

  17. La vera giustificazione dell’open space è quella mai detta: il risparmio di superficie immobiliare.
    E se c’è una preesistente situazione di stanze individuali quel risparmio è già un guadagno.

    Prendete l’Enel, ad esempio.
    Tra i costi dell’energia elettrica ci sono i costi di funzionamento dell’Enel, che da più di dieci anni ha trasformato i suoi uffici in open space, riducendo l’occupazione immobiliare: secondo voi, tale risparmio sui costi è finito, almeno in parte, nella bolletta?

  18. Ciao Elena,

    ottimo post che condivido in pieno.
    Io comincio a carburare al TOP dopo le 17 quando l’openspace si svuota.
    Eppure la richiesta assurda è quella di scambio di info tra tecnici e quindi neanche cubicles, solo deserto di scrivanie ed LCD e rumore vario di telefonate e pseudo meetings

    thanks
    at

  19. Elena bel pezzo. Ma ci dai qualche riferimento bibliografico serio (tipo riferimento dell’articolo o degli articoli di Eysenck) a supporto di quanto sostieni? Non certo per polemica, s’intende, ma per poter capire per bene le ragioni.

  20. La cosa buffa è che ho visto open space dove tra una postazione e l’altra vi erano “divisorie”..una sorta di “vorrei ma non posso” assolutamente ridicolo. Io ora lavoro da casa – non chiamatelo telelavoro pero’. Sola soletta. E confermo che la creatività è stimolata dall’essere da soli (magari anche in silenzio). Poi ovvio ci si confronta con il mondo su quello che la solitudine fa partorire (la solitudine puo’ far perdere di vista la realtà). E la paura del rifiuto passa se si diventa consapevoli che il nostro bello è quello di essere unici – dal momento in cui lo si diventa la creatività scorre a “manetta”!
    Brave – continuate cosi’ – la mia bimba si è commossa a leggere l’articolo sulla XP (e ci siamo piegati in due a vedere i video dei bambini di Reggio!!!)

  21. Sveglia!
    Gli openspace sono semplicemente un modo per risparmiare sulle strutture azienali. Tutti nell’IT vero?

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