I hate open space!

Ieri sera sono stata a una festa sulle colline di Oakland a casa di Michael “Wave” Johnson, direttore del Moving Pictures Group della Pixar. Potrei parlarvi per ore solo della casa, che è uno degli esempi di architettura modernista più belli che mi sia capitato di vedere. Ma vi devo parlare di un’altra cosa ancora più sbalorditiva. Alla festa c’era Ronnie Del Carmen, uno dei grandissimi della Pixar, e uno dei miei miti assoluti in quanto Head of Stories di Up. Ronnie ha lavorato su tutti gli ultimi film della Pixar come Story Supervisor (Up, Alla ricerca di Nemo, Ratatouille, Wall-e) e al momento è il Co-director del nuovo lungometraggio Pixar in uscita nel 2015.

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Siamo noi la California

Finiscono tutte nel cielo le strade di San Francisco. Lo capisci che sei ancora in aereo. Se si viene dall’Europa, come è successo a noi, ci si arriva da Nord. E al Golden Gate gli si corre di fianco, sulla destra, con la Marin County alle spalle. Eccola, la Bay Area. Il Golden Gate Park, Ocean Beach. La cicatrice di Market Street in mezzo alla città. Alcatraz, come nelle cartoline. Le barche a vela. Il Financial District. Le gru del porto di Oakland. E in mezzo, il Bay Bridge. Lungo lungo, verso le colline di Berkeley.

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Connecting the dots

Sono arrivata a Berkeley per la prima volta nell’agosto del 2005. Avevo vinto una borsa di studio e non mi sembrava vero. Tutte le mattine attraversavo il campus per andere a lezione alla Graduate School of Journalism, coi cespugli di lavanda e rosmarino tutto intorno. Avevo vissuto da cinque anni in una città, Bologna, ma venivo pur sempre dalla campagna e di tutte le cose nuove che c’erano i fiori, gli alberi, le piante furono la cosa che in assoluto mi colpì di più. C’erano le corbezzole mature, per dire, a fine agosto. E mi sembrò una metafora perfetta di quel giocare in anticipo sui tempi che da poche altre parti si sente come in California.

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L’errore di Apple

Se c’è una cosa che il tanto atteso evento Apple di New York ha chiarito definitivamente è che il futuro dell’educazione non sarà nei libri di testo. La scuola non sta più da un pezzo nel modello della lezione frontale, e tutte quelle luccicanti copertine di Pearson e McGraw Hill incorniciate dall’iPad ne sono state l’ignaro e potentissimo suggello. Certo, i libri digitali peseranno meno sulle spalle degli studenti. Ma non basterà qualche contenuto multimediale in più a riportare la scuola nell’unico orizzonte in cui può tornare ad avere un senso, la rete.

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Diamo il potere alle donne

C’è un grande bisogno di tornare a parlare seriamente dei diritti delle donne in Italia, dopo anni in cui il berlusconismo ha ridotto tutto a Olgettine sì/Olgettine no. Per questo mi ha fatto molto piacere leggere l’articolo di Riccardo Luna sul rapporto tra donne e startup. È un modo concreto per tornare a parlarne, in un campo lontano anni luce dal ring a cui ci eravamo abituati. Mi è dispiaciuto molto però che l’articolo citasse come unica fonte una ricerca di dubbia validità scientifica, che mette al centro dei suoi risultati alcuni dei più diffusi luoghi comuni sul rapporto tra donne e lavoro. Le donne hanno una minore propensione al rischio, non pensano abbastanza in grande, si fanno più problemi a chiedere soldi, sono più sincere e ovviamente rischiano di restare incinte. Ne approfitto quindi per fare un po’ di chiarezza su un tema che mi sta particolarmente a cuore.

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Mai più

Il primo ricordo che ho della politica italiana sono le monetine contro Craxi al Raphael di Roma. Avevo undici anni ed era la prima volta che associavo la parola politica a qualcosa di concreto. L’anno dopo Berlusconi vinse le elezioni. E da allora la politica italiana non è stata altro che quello. Per questo mi fanno ridere quelli che oggi dicono che non c’è molto da festeggiare, che un governo tecnico che duri sei mesi o un anno non è poi questo granché, che altre volte è successo, eccetera eccetera. Lo sappiamo che altre volte è successo, lo sappiamo che non c’è molto da stare allegri per come sono messe le cose. Non è questo il punto. Il punto è che per tutti quelli nati come me negli anni Ottanta, per tutti quelli che come me hanno conosciuto la politica prima con Tangentopoli e poi con Berlusconi, questa è la prima volta che la politica diventa una possibilità. Per questo stasera siamo così inquieti. Non siamo tra quelli che hanno voglia di tirare monetine. Siamo tra quelli che vogliono posare le armi e ricostruire. L’Italia finalmente sarà quello che noi decideremo di farne. Ora non ci sono più scuse.